Internet, una rivoluzione da non sprecare!

Alcuni quotidiani hanno titolato in modo forte: "Internet, una falsa rivoluzione!". I temi lanciati da Andrew Keen sono spinosi, choccanti, troppo seri per essere archiviati come una delle tante voci fuori dal coro degli osanna alla rivoluzione del web. L'autore inglese ma residente in California, presentando in Italia, a Torino e Milano, il suo ultimo libro dal titolo chiarissimo "The Internet is not the answer", ha voluto essere provocatoriamente politicaly uncorrect. Basta con i tecnoentusiasti acritici, Internet si sta rivelando - secondo Keen - un boomerang: tante promesse, tante speranze ed invece... meno uguaglianza, poca libertà di espressione, partecipazione non democratica.
Il mondo del web sta andando verso uno scenario concorrenziale molto limitato, con un oligopolio di pochi proprietari dei contenuti che detengono il potere di tanti. In più nascondendosi dietro pronunciamenti ipocriti e falsi del tipo "Internet, la grande occasione per dare voci a chi non ne ha mai avuto una" quando la realtà è ben diversa e tenuta ben nascosta. Dietro la pseudo filantropia ci sta una forma di capitalismo selvaggio e assolutamente speculativo che se ne fotte dei diritti della gente o dei Paesi a libertà limitata ma è concentrato a consolidare il suo potere, acquisendo più o meno illecitamente i nostri dati con una permanente violazione della nostra privacy. E' in atto - sempre secondo Keen - una lucida e cinica politica e strategia commerciale mirata a concentrare nelle mani di pochi (i soliti Google, Facebook, Amazon) una ricchezza enorme forse mai vista nella storia economica degli ultimi secoli: "Aziende come Google e Facebook - scrive e racconta Keen - vendono la nostra privacy al miglior offerente con la pubblicità che ci segue ovunque, profilata esattamente sui nostri gusti. Ogni volta che scriviamo, che facciamo una ricerca o postiamo qualcosa, senza accorgercene lavoriamo per loro gratuitamente offrendolo dati sempre più precisi per aiutarli a farci diventare un target perfetto, puro, costruito ogni giorno sulle nostre manifestazioni di pensiero o di gusto di acquisto".
Già Federico Rampini ci aveva messo sul chi va là! Nel suo recentissimo "Rete Padrona" ha raccontato, da giornalista residente a San Francisco e attento, anche per passione personale, a cosa ci stia accadendo intorno, l'evoluzione dei giganti della Rete, paragonandoli ai peggiori capitalisti della rivoluzione industriale ottocentesca". Il volto oscuro della rivoluzione digitale - scrive il corrispondente negli Stati Uniti di Repubblica - si traduce, nella realtà, in un puro istinto monopolistico, in una concentrazione di ricchezza mai vista, nella permanente e indisturbata intrusione nei diritti degli individui: come è lontano il giardino dell'Eden che ci era stato promesso nei vangeli apocrifi della mia California. "Si sta consolidando, sempre secondo Rampini, ma Keen è sulla stessa lunghezza d'onda, la filosofia per cui il modello di sviluppo di questa nuova e sconosciuta forma di capitalismo selvaggio si debba basare sul concetto del "winner takes all": il vincitore prende tutto. In economia questo principio, valido nello sport o nell'assegnazione di premi, è molto pericoloso: concentra una spaventosa ricchezza e uno straordinario potere nelle mani di uno solo o, comunque, di pochi. La minoranza dei pochi vincitori si accaparra tutto, il miglioramento della produttività, i frutti della crescita, del progresso tecnologico.
Sulle colonne di RepMag, in questi anni, abbiamo sempre voluto evidenziare le opportunità straordinarie della Rete, denunciando però tutti i rischi connessi ad un suo utilizzo senza regole, senza una educazione digitale specifica, soprattutto per i nostri ragazzi. E' amaro constatare come certi nostri editoriali mirati ad allertare gli internauti sui pericoli di un utilizzo passivo e sconsiderato della Rete, oggi siano diventati l'oggetto di ricerche e indagini che dimostrano come la solitudine e la viralità non virtuosa della connessione generalizzata sono le piaghe delle giovani generazioni. Bisogna ricominciare dalla scuola, dall'introduzione nei programmi di corsi di educazione digitale. Contemporaneamente bisogna occuparsi della stesura di regole del gioco condivise che responsabilizzino gli editori e i service provider a gestire in un certo modo, lecito e rispettoso dei diritti dei singoli internauti, i miliardi di dati trasmessi che ogni secondo della nostra vita quotidiana alimentano la Rete.
Il Brasile con la legge denominata Marco Civil nel 2014 ha fatto da battistrada: ha definito il perimetro delle regole, con procedure e sanzioni per i gaglioffi. L'onda lunga sta arrivando anche in Europa dove i parlamenti sono chiamati a legiferare su questo tema decisivo per la nostra convivenza futura. In Germania è stata istituita una commissione parlamentare di studio, in Inghilterra la Camera dei Comuni ha all'ordine del giorno una normativa su queste tematiche.
In Italia, come noto, la Presidente della Camera Boldrini ha battezzato una commissione di esperti che possa scrivere una specie di Costituzione di Internet, denominandola Dichiarazione dei diritti di Internet. A fine marzo si è conclusa la consultazione pubblica e , entro il prossimo giugno, dovremmo avere una prima versione del testo finale della Dichiarazione. Le prime bozze che sono circolate disciplinano la materia attraverso 14 articoli che riteniamo sia utile esaminare uno per uno, con qualche breve commento.

Preambolo: Internet è strumento essenziale per democrazia.
Un principio forte che vuole riaffermare l'importanza del mondo digitale nello sviluppo dei Paesi a democrazia effettiva.

1. Riconoscimento e garanzia del diritto: tutti i diritti fondamentali devono valere anche in Rete.
Si vuole richiamare il principio che tutta la normativa of-line vale anche per l'on-line.

2. Diritto di accesso a Internet: ogni persona ha eguale diritto di accedere alla Rete.
L'estrinsecazione di tale principio condiviso all'unanimità dipenderà anche da fattori tecnologici... banalmente l'esistenza di una copertura WiFi su tutto il territorio nazionale.

3. Neutralità della Rete: chi gestisce le reti non può favorire o sfavorire determinati flussi di dati, applicazioni, dispositivi etc.
Principio tutto da verificare nella realtà proprio per il pericolo costituito dal consolidarsi di oligopoli di pochi che gestiscono sia le reti sia i contenuti.

4. Tutela dei dati personali: ogni persona ha diritto alla protezione dei dati che la riguardano ,per garantire il rispetto della sua dignità, identità e riservatezza.
La realtà che abbiamo di fronte agli occhi ci dimostra che questo sacrosanto principio non é rispettato tra l'altro, spesso, con la complicità bovina di noi utenti. Il tema meriterebbe approfondimenti ulteriori anche a livello di soluzioni tecnologiche che possano davvero proteggere la privacy di chi la voglia proteggere sul serio!

5. Diritto alla autodeterminazione informativa: ogni persona ha il diritto di conoscere e controllare i dati che la riguardano.
Anche questo condivisibile principio è violato quotidianamente nella Rete.

6. Inviolabilità dei sistemi e domicili informatici: i dati delle persone, ovunque si trovino, sono accessibili o intercettabili solo con l'autorizzazione del giudice.
Idem come sopra. La sensazione è che stiamo provando a chiudere il recinto quando tutti i buoi sono già scappati o sono stati rubati.

7. Trattamenti automatizzati: nessuna decisione che tocca la vita delle persone può essere basata unicamente su algoritmi.
Verrebbe da dire... ci mancherebbe! Principio condivisibile il cui enforcement è tutto da verificare.

8. Diritto all'identità: ogni persona ha diritto alla rappresentazione integrale e aggiornata della propria identità in Rete.
Bisognerebbe capire meglio le procedure per pretendere gli aggiornamenti soprattutto dopo vicende giudiziali con eco mediatico.

9. Anonimato: ogni persona può liberamente comunicare in forma anonima per esercitare libertà civili e politiche.
Condivisibile.

10. Diritto all'oblio: ogni persona ha diritto che vengano rimosse informazioni non più rilevanti che la riguardano.
Il tema è molto discusso tra i giuristi soprattutto sulla soglia soggettiva e oggettiva del concetto di "non più rilevante".... Rilevante per chi? Diritto di cronaca e di informazione e diritto ad essere dimenticati: dove sta il giusto equilibrio?

11. Diritti e garanzie delle persone sulle piattaforme: chiarezza, correttezza, inter - operabilità delle piattaforme digitali.
Principio tutto da verificare in sede di controllo e gestione delle pratiche illecite.

12. Sicurezza in Rete: la sicurezza in Rete è un interesse sia pubblico sia dei singoli.
Questo è un tema prioritario assolutamente sottostimato. Come abbiamo già raccontato su RepMag gli attacchi degli hacker aumentano in maniera esponenziale di anno in anno, costituendo una vera minaccia per gli Stati e per i cittadini. Ci vorrebbe più attenzione e più divulgazione di questo pericolo.

13. Diritto alla educazione: ogni persona ha diritto di acquisire le capacità necessarie per usare la Rete in modo consapevole e attivo.
Pieno accordo. Bisogna partire di qui per formare le persone a non diventare strumenti della Rete, soggetti passivi di un bombardamento mediatico micidiale ma a crescere come protagonisti attivi del sistema, filtrando le notizie, scartando quelle illecite o invasive, gestendo con consapevolezza i propri dati e la propria privacy. Bisogna partire dalle scuole elementari per una nuova e grande rivoluzione dei metodi di insegnamento per e sulla Rete.

14. Criteri per il governo della Rete: la Rete è un bene comune da governare in maniera inclusiva, valutando preventivamente l'impatto delle decisioni.
Ci saremmo aspettati qualche articolo di più sulla governance della Rete. Sul punto sarà necessario uscire dalla genericità e porsi in concreto i problemi dell'assetto istituzionale della Rete, dei suoi organi di controllo, perché no autodisciplinari, delle sanzioni per i gaglioffi.

Dalla Dichiarazione del diritti bisognerà passare presto e bene alla fase legislativa non pensando di dotarsi di regole del gioco soltanto nazionali senza uno stretto legame quindi con le legislazioni degli altri paesi. Il web non ha confini e deve quindi essere disciplinato e controllato da sistemi sovranazionali aventi enforcement in tutte le giurisdizioni.
In caso contrario ci saranno sempre zone franche a tutela della malavita organizzata. "Internet could be the answer but in a new era of rules" potrebbe essere la risposta alla stimolante riflessione di Andrew Keen. Il quesito rimane però un altro: ma gli Stati e gli operatori della Rete vogliono davvero costruire un modello sovranazionale di autodisciplina mirato al monitoraggio degli abusi e alla loro repressione? Personalmente qualche dubbio lo nutriamo.

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La necessità di impartire un'educazione digitale

Il grido d'allarme si propaga. Ormai le statistiche parlano chiaro: i nostri ragazzi, i cosiddetti "nativi digitali", non solo sono schiavi della Rete ma non sono consapevoli ne' di esserlo ne' dei rischi quotidiani a cui si sottopongono.

Questa rivista, fin dal suo esordio, accanto all'approfondimento delle tematiche giuridiche connesse alla Rete, ha sempre cercato di accendere dei riflettori sugli aspetti critici del Web, sollevando da tempo il tema della assoluta necessarietà dell'introduzione nelle scuole, fin dalle elementari, di un corso di educazione digitale.

Nell'era pre-internet i genitori, forti della loro esperienza, rappresentavano, con i maestri della scuola, chi più chi meno, i riferimenti educativi dei ragazzi. Oggi questo non succede più nel mondo della Rete. I figli ne sanno molto di più dei genitori e dei maestri e si è creato, nella generalità dei casi, un divario culturale e tecnologico incolmabile tra gli uni e gli altri. I genitori, ma anche spesso gli educatori scolastici, non rappresentano più i modelli comportamentali di riferimento, quelli che ti insegnano a valutare i pericoli di un attraversamento di una strada con le auto, quelli che ti segnalano i rischi di cattive frequentazioni, quelli che ti dicono cosa fare e cosa non fare.

I ragazzi, anche nella più tenera età, vengono abbandonati, o, peggio, stimolati, all'uso di strumenti tecnologici di accesso alla Rete con l'obbiettivo di tenerli "piacevolmente" impegnati e di non essere disturbati nelle proprie cose. I buoni maestri di un tempo, genitori e professori, per  pigrizia, incultura, sottovalutazione dei rischi, oggi sono diventati i cattivi maestri di una gestione incontrollata del web, affidata scriteriatamente a dei giovani privi di qualsiasi filtro educativo, fragili e suggestionabili da qualsiasi richiamo della Rete.

I dati dell'indagine pubblicata recentemente da Save the Children e dalla Polizia Postale, l'organo giudiziario dello Stato che si occupa del monitoraggio e della repressione degli illeciti nel cyberspazio, sono allarmanti. Evidenziano un quadro, forse già irreversibilmente segnato, catastrofico di come si stanno formando, in assenza totale di educatori professionalmente preparati, i nostri figli: quasi il 23% dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni è sempre connesso alla Rete; il 32,2% lo è fino a tre ore al giorno. Nella fascia tra i 6 e i 10 anni quasi l'86% ha già usato un computer e il 40% dei ragazzi sotto i 13 anni dichiara di passare almeno tre ore al giorno davanti allo schermo di un PC o di uno Smartphone.

Ma il dato più allarmante è ancora un altro: i nostri figli sono quasi sempre da soli durante tutta la navigazione su internet! Il 72,5% nella fascia di età tra gli 11 e i 13 anni, il 31,2% tra i 6 e i 10.

Solo un quinto dei nativi digitali sotto i 10 anni riceve dai genitori limiti di tempo di utilizzo di internet, il 35% dichiara di non aver mai ricevuto alcuna raccomandazione in merito da papà o da mamma.

Una fotografia inquietante figlia di un mix di pigrizia, mancanza di tempo, sottovalutazione del fenomeno, ignoranza dello strumento e dei suoi contenuti.

Cosa cercano i ragazzi sul Web? L'indagine pubblicata in occasione della giornata europea dedicata alla sicurezza dei ragazzi in Rete, fornisce dati interessanti che dovrebbero farci riflettere sui rimedi da adottare per arginare questa deriva.

Più dei 2/3 degli intervistati chiede il contatto a qualcuno che ha appena conosciuto: la voglia, il bisogno di stringere nuove amicizie, nuove relazioni affettive.

Quasi la metà usa internet , la posta elettronica o i messaggini per scambiarsi frasi affettuose e comunque relative alla sfera dell'amore o del sesso.

Il 40% circa manda i propri dati personali ad un'altra persona sperando di proseguire e consolidare un incontro piacevole.

Dal 35% al 38% utilizzano la tecnologia  per darsi appuntamenti o per coltivare amicizie nate nella Rete.

Un 26% si scambia fotografie sconvenienti, un 20% manda proprie immagine "hard" a soggetti adulti conosciuti solo su internet.

Dalla ricerca emerge anche che tutta questa popolazione di internauti in erba, più o meno sprovveduti nel chattare nei vari siti della Rete con persone spesso non conosciute, inciampa in esperienze violente, rischiose, traumatizzanti: il 26% dichiara di aver letto commenti violenti nel corso di una conversazione digitale; il 15% confessa di aver scoperto che la persona con cui dialogava era diversa da quella che diceva di essere; il 12% ha ricevuto da parte di persone conosciute in Rete video o fotografie violente o comunque di natura sessuale; il 9% , infine, dichiara di essere stato vittima di atti di cyberbullismo.

Alla domanda sui motivi che spingono i ragazzi a usare i social network, le risposte sono comprensibili ma, a nostro parere, non sappiamo se attendibili: quasi il 60% per informarsi; il 51% per sapere cosa fanno gli altri; il 47% per leggere contenuti divertenti; il 45% per risparmiare su chiamate telefoniche e sms; il 27,1% per conoscere nuove persone; il 17,8% per giocare; il 9,9% per essere popolare. Risposte generiche e apparentemente innocue. Sintomo però di una solitudine rischiosa non più soddisfatta dal mondo reale, quello fisico, dei rapporti quotidiani con amici, compagni di scuola, genitori e parenti.

Che fare dunque? Come evitare di fare gli struzzi di fronte ad una realtà che rischia di alterare in modo devastante i passaggi generazionali, il fil rouge che deve disciplinare virtuosamente il rapporto tra educatori e educandi?

L'aver abolito, a suo tempo, l'insegnamento nelle scuole superiori della educazione civica è stato un clamoroso autogoal che paghiamo amaramente oggi in termini di ignoranza sia sulle istituzioni che ci governano sia sulle regole del gioco da seguire nella pacifica convivenza tra cittadini. Ebbene, oggi, sarebbe un secondo, ancora più grave, autogoal, quello di non introdurre nelle scuole, fin dalle elementari, un modulo di insegnamento relativo alla educazione digitale. Come si affronta la Rete, non dal punto di vista tecnologico....i nostri figli avrebbe tutte le capacità per insegnarcelo meglio loro... ma dal punto di vista dei comportamenti qualitativi, sui contenuti da scegliere, e quantitativi, sul tempo e durata dell'utilizzo di internet.

Non dobbiamo abbandonare i nostri ragazzi, già protagonisti, senza colpe, di una società complessa, difficile e irta di pericoli, ad un uso scriteriato della Rete, distorsivo delle opportunità che invece, previa istruzione specifica, la stessa potrebbe offrire proprio in termini di educazione e formazione scolastica.

Siamo reduci da una esperienza fantastica a questo proposito. A Brindisi, presso il liceo pubblico Maiorana, il preside, il Professor Salvatore Giuliano, attraverso una operazione creativa e innovativa anche di fund raising privato, è riuscito a fornire gratuitamente a tutti gli studenti un tablet, uno strumento chiave per una nuova modalità di insegnamento. I ragazzi, sempre sotto il controllo e l'indirizzo dei professori, all'uopo anch'essi formati, possono registrare le lezioni, risentirle a casa, interagire a distanza con i propri maestri. Insomma una rivoluzione metodologica che elimina il peso, per i ragazzi, degli zaini e delle cartelle e che li mette in condizione di sfruttare al meglio, sempre guidati e monitorati dai tutor, le straordinarie innovazioni  tecnologiche offerte dal mondo della Rete.

L'introduzione nel sistema scolastico di una specifica materia denominata Educazione Digitale avrebbe proprio la funzione di fornire elementi di filtro critico e metodologico ai nativi digitali rispetto al bombardamento di informazioni che ricevono continuamente dalla Rete, puramente come soggetti passivi. Costituirebbe una modalità di formazione piacevole e sicuramente accolta con gioia dai ragazzi, desiderosi (questo è un altro dato molto interessante che emerge dall'indagine  Save The Children) di essere aiutati e guidati a capire meglio il mondo di internet con tutte le sue opportunità ma anche con tutti i suoi terrificanti pericoli. Ci chiedono, in altre parole, di occuparci di loro non soltanto con un sistema di divieti o di limiti d'uso della tecnologia, ma con una presenza diretta, continua, affettuosa e comprensiva delle loro voglie di affrontare il mondo e la vita che hanno di fronte.

Non deludiamoli per assenza, miopia o egoismo!

Non lasciamo che l’educazione digitale dei nostri ragazzi sia solo più in mano al buon senso creativo di un ristoratore colombiano di Cartagena che, all’esterno del suo locale, ha affisso il cartello che vi abbiamo fotografato come monito.

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Giovani, start up e innovazione: stimoli e speranze

Reduce da una stimolante trasferta a Lecce per partecipare ad un seminario promosso dalla Regione Puglia e da Arti (Agenzia regionale per la tecnologia e Innovazione) e organizzato dai Laboratori dal Basso e Arti, sul tema start-up innovative, vorrei socializzare ai lettori di RepMag alcune riflessioni maturate nel corso dei lavori. I nostri giovani, soprattutto quelli che studiano o iniziano ad affacciarsi nel mondo del lavoro, o meglio del …“non” lavoro, in certi territori del nostro bizzarro Paese, hanno bisogno di speranze. Dobbiamo, e qui sta la nostra responsabilità, metterli in condizione di avere la possibilità di confrontarsi con percorsi professionali o imprenditoriali possibili, realizzabili, non velleitari. La cultura del “posto fisso” è probabilmente datata, superata: bisogna affrontare il mondo del lavoro con approcci diversi, più imprenditoriali, più competitivi, più confacenti con le regole di un villaggio globale stimolante, ma estremamente cinico e meritocratico. Competenza, serietà e impegno sono sicuramente i fattori fondamentali per provare “a giocare”, ciascuno nel suo settore, la propria partita. Ma non sono più sufficienti di per sé. Bisogna essere in grado di crearsi un percorso che, tenuto conto dei bisogni attuali o prospettici del mercato, realizzi un progetto, diventando quindi impresa, in grado di rispondere adeguatamente alla domanda del mercato. Il seminario di Lecce ha messo a confronto, con riferimento all’industria digitale ma non solo, rappresentanti delle istituzioni, dei fondi di venture capital, dei “mestieri” e delle professioni utili, ad aiutare i giovani talentuosi start-upper nella loro difficile intrapresa. Ne è emerso un quadro per certi versi stimolante per altri preoccupante. Paradossalmente la materia prima “denaro”, da coinvolgere sulle start-up davvero innovative e non velleitarie, esiste e anzi alla disperata ricerca di investimenti virtuosi. Il quadro normativo, anche fiscale, è molto migliorato offrendo opportunità e incentivi finalmente interessanti e competitivi. E allora qual’è o, meglio, dov’è il problema? L’esiguità di candidati, pronti, soprattutto culturalmente, ad affrontare questo tipo di sfida imprenditoriale. Abbiamo tutti, chi più chi meno, allevato le nuove generazioni con un approccio vecchio e superato, poco collegato alle rivoluzioni in atto in tutto il mondo. I partecipanti al seminario ci hanno dimostrato (gridandoci il loro bisogno di aiuto, di supporto, di sentirsi meno soli!) che, con un po’ di sforzo e voglia di innovare davvero, possiamo recuperare il gap di questi ultimi 30 anni di pigrizia. Il materiale umano esiste e prima di arrendersi ed emigrare all’estero è pronto ad investire tempo e speranze pur di riuscire a rimanere nell’ex “bel paese”, contribuendo a migliorarne cultura e competitività. Qui sta la nostra responsabilità pubblica e privata per non sperperare l’ennesima opportunità che ci passa di fronte. Come?
Provo a mettere in fila alcuni punti.

1. Occupandoci di più di “loro”, ascoltandoli e stimolandoli a “fare” delle cose, a curiosare nel mercato globale, per capirne bisogni e opportunità.

2. Rafforzando, o formando ex novo, la loro cultura imprenditoriale, la “chiave” per non abdicare alla speranza di trovare un lavoro e conseguentemente un reddito dignitoso.

3. Supportandoli nel processo di fare Rete, di abituarsi a pensare e realizzare progetti di co-working, creando valore proprio dalla complementarietà dei contributi. Basta con le duplicazioni delle stesse idee, basta con lo stillicidio di incentivi dati a pioggia a prescindere dalla sostenibilità e della dimensione del impresa.

4. Aiutandoli a impostare i loro progetti con il metodo della fattibilità coniugato con la sostenibilità. Solo così le imprese nascono, crescono e creano valore anche occupazionale.

5. Il nostro bistrattato sud potrebbe essere una miniera di innovazioni, banalmente partendo dal turismo associato a storia, cultura, enogastronomia e paesaggio. Il mondo digitale rappresenta uno strumento di veicolazione dell’Italian Beauty straordinario: bisogna riempirlo di contenuti mirati all’afflusso turistico e di business.

Mi fermo qui. Ma il team dell’ing. Salvatore Modeo, il promotore del seminario leccese, rappresenta un esempio di come valga ancora la pena di combattere, lottare e sconfiggere la depressione dilagante, attraverso la valorizzazione di giovani che, con grande fatica, coraggio e speranza, si aspettano da noi un aiuto concreto per rimanere cittadini, residenti e operativi in Italia. Il caso che vi ho raccontato è attinente all’oggetto di RepMag? Non lo so, forse, formalmente, no! Ma credo fermamente che, anche nel mondo di internet e dintorni, l’uomo e il pensiero dell’uomo, inteso come genere umano, debba tornare centrale in tutti i nostri progetti. La tecnologia è importante ma non può diventare sostitutiva del pensiero umano. Allora investiamo tempo, interessi e capacità di ascolto, verso quei giovani talentuosi e desiderosi di confrontarsi con il mondo, che non aspettano altro che la nostra attenzione e il nostro supporto. Questo, a mio parere, significa ridare concrete speranze ai nostri discendenti. Buone meditazioni

Riccardo Rossotto

 

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