L’embedding non costituisce violazione del diritto d’autore

autore: 

Angela Cataldi

 

L’embedding non costituisce violazione del diritto d’autore

 

Con l’ordinanza del 21 ottobre 2014, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è tornata ad esprimersi su uno dei più controversi temi relativi alla tutela del diritto d’autore nell’era dell’informazione digitale, chiarendo che non costituisce violazione del diritto d’autore l’embedding su un sito web di video già liberamente disponibili all’interno di un altro sito web.

La Corte di Giustizia ha enunciato tale principio in occasione di un rinvio pregiudiziale presentato da un giudice tedesco nell’ambito di una controversia sorta in Germania tra BestWater International GmbH (“BestWater”), una società tedesca che opera nel settore dei filtri per l’acqua, e due agenti di una ditta concorrente, denunciati dalla BestWater per aver linkato nelle loro pagine Web un video commerciale della BestWater pubblicato su YouTube (Causa C-348/13). 

La BestWater lamentava che fosse stato violato il suo diritto esclusivo di autorizzare o vietare qualsiasi comunicazione al pubblico del video in questione, ai sensi dell’art. 3 della Direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull'armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi nella società dell'informazione. 

Con l’ordinanza in commento, non ancora pubblicata, la Corte ha rilevato che il fatto di mettere a disposizione su un sito Internet dei collegamenti cliccabili verso opere protette, pubblicate senza alcun limite di accesso su un altro sito (in questo caso YouTube), deve essere qualificato come “messa a disposizione” e, di conseguenza, come “atto di comunicazione” ai sensi della disposizione citata. Tuttavia, come risulta da costante giurisprudenza, la comunicazione in questione non è rivolta ad un pubblico nuovo, ossia ad un pubblico ulteriore rispetto a quello al quale si rivolgeva la comunicazione iniziale effettuata tramite YouTube, ma esattamente allo stesso pubblico cui si rivolgeva la comunicazione iniziale. 

Di conseguenza, a parere della Corte, la semplice messa a disposizione di un video, non modificato ma semplicemente condiviso sfruttando un meccanismo di condivisione messo legalmente a disposizione da una piattaforma di videosharing, non richiede un ulteriore e preventivo consenso dei titolari del diritto d’autore e non integra pertanto una violazione del diritto d’autore, neppure quando la visione è consentita agli utenti Internet che cliccano sul link, avendo l’impressione che l’opera sia loro mostrata dal sito stesso e non da un altro sito. 

Ciò non varrebbe, invece, qualora l’embedding consentisse agli utenti del sito sul quale esso si trova di aggirare misure di restrizione adottate al fine di rendere disponibile l’opera protetta ai soli abbonati, poiché in tale ipotesi, si tratterebbe di un pubblico “nuovo”, non preso in considerazione quale pubblico potenziale dai titolari del diritto d’autore al momento del rilascio dell’autorizzazione alla comunicazione iniziale.

Vale la pena segnalare, in conclusione, che alla stessa conclusione la Corte era pervenuta anche in un precedente caso, nel quale il titolare di un sito internet (Retrieve Sverige AB) aveva inserito nelle proprie pagine web dei collegamenti cliccabili (ipertestuali) che rinviavano al sito internet del quotidiano Göteborgs-Posten, consentendo ai propri utenti di accedere ad alcuni articoli pubblicati proprio sulla pagina internet del Göteborgs-Posten (causa C-466/12 Nils Svensson e al. v. Retrieve Sverige AB). 

E proprio in espressa applicazione dei principi enunciati nel caso Svensson, l’ Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) ha archiviato un procedimento avviato, ai sensi del regolamento sulla tutela del diritto d’autore on line, su istanza dell’autore di dieci “mappe concettuali” presenti sul sito www.mappe-scuola.com, che lamentava che le stesse fossero state rese disponibili su un sito di terzi (il sito www.risorsedidattiche.net) senza autorizzazione (Delibera AGCOM n. 67/14/CSP).

L’AGCOM, richiamando l’art. 16 della legge n. 633/41, che ha recepito nell’ordinamento italiano l’art. 3 della direttiva 2001/29/CE sopra richiamato ed in ossequio all’obbligo di interpretazione conforme del diritto nazionale rispetto al diritto dell’Unione Europea, ha ritenuto che nel caso in questione non vi fossero i presupposti per ritenere sussistente la violazione del diritto d’autore o dei diritti connessi, dal momento che i link riportati sul sito www.risorsedidattiche.net conducono ora, per effetto del comportamento conformativo adottato a seguito del contraddittorio instauratosi con l’AGCOM, al sito dove le opere sono già rese liberamente disponibili al pubblico da parte del titolare dei diritti sulle stesse. 

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Quando il contratto di sub-licenza scade

autore: 

Chiara Agostini

Quando il contratto di sub-licenza scade. Le foto coperte dal diritto d’autore sul web: il confine tra l’utilizzo lecito e illecito

Il 22 gennaio 2014, la Corte di Appello di Torino si è pronunciata in merito ai limiti di utilizzo del materiale fotografico oltre il termine di scadenza del contratto di sub-licenza. 

Il caso vede come soggetti coinvolti LaPresse S.p.A. e Cromografica Roma S.r.l. (“LaPresse” e “Cromografica”) in merito allo sfruttamento sul web da parte di quest’ultima di alcune fotografie coperte dal diritto d’autore e ottenute in sub-licenza da LaPresse per un lasso di tempo temporaneo e ben definito. 

Tale pronuncia segue lo stesso orientamento di un precedente provvedimento emesso dal Tribunale di Torino, l’11 maggio 2012, in relazione ad un caso del tutto analogo e avente quale parte attrice sempre l’agenzia fotografica LaPresse.

Quanto al merito, nei due provvedimenti in analisi, gli organi giudicanti hanno innanzitutto provveduto a qualificare il contratto di sub-licenza come quel particolare tipo di negozio giuridico in cui una parte concede ad un’altra, dietro corrispettivo, il diritto di utilizzare, esclusivamente con le modalità, alle condizioni e nei limiti previsti nel contratto, un determinato bene (l’opera fotografica nel caso specifico). 

Svolta tale necessaria premessa, tali organi giudicanti chiariscono che quando la licenza / sub-licenza d’uso di opere fotografiche / fotografie viene utilizzata per la pubblicazione di contenuti on line, alla scadenza del contratto, il licenziatario può continuare ad utilizzare tali opere solo nell’ambito di pagine statiche, ossia in sezioni del sito per cui il titolare si limita a svolgere attività di “mero mantenimento”.

Alla scadenza del contratto di licenza/sub-licenza, quindi, si avrà violazione dei diritti del licenziante tutte le volte in cui l’opera licenziata sarà utilizzata dal licenziatario per fini economici.

A tal riguardo, tali autorità hanno ritenuto che si sia in presenza di  sfruttamento economico tutte le volte in cui un’opera viene utilizzata in pagine dinamiche di un sito internet, ossia in contenuti in cui siano presenti banner pubblicitari o qualsivoglia altro elemento idoneo a portare guadagno al titolare del sito web poiché tale ipotesi rappresenterebbe uno sfruttamento commerciale attuale della foto. 

Al contrario, una pagina statica non determina un utilizzo illecito ed è utilizzabile senza bisogno di eliminare le foto e/o i contenuti in essa presenti, in quanto non è più idonea a generare profitto per il titolare del sito. 

Un ulteriore elemento meritevole di essere sottolineato in questa sede è l’infondatezza della argomentazione utilizzata dalle convenute, secondo cui il continuato utilizzo di una fotografia, oggetto di un contratto di sub-licenza, sarebbe lecito quando tale immagine è rinvenibile anche nel web e/o risulterebbe tra i risultati di indagini condotte su motori di ricerca come Google. 

Sul punto, il Tribunale e la Corte di Appello di Torino hanno evidenziato l’irrilevanza di tale circostanza ai casi di specie, precisando come il nostro legislatore, ex art. 70, co. 1-bis della Legge 633/1941, consenta la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate solo in ipotesi circoscritte e, precisamente, “per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro”. 

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Il Regolamento AGCom va in Corte Costituzionale

autore:

Luca Egitto

Dopo mesi di attacchi frontali all’Autorità Garante delle Comunicazioni veicolati in vario modo e attraverso diversi canali offline e online (quotidiani, blog collegati ai siti di quotidiani online, versioni online dei quotidiani, siti d’informazione militanti), il Regolamento in materia di tutela del diritto d'autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative ai sensi del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70 (già commentato su Repmag quiqui, di seguito “Regolamento”) – “figlio” contestatissimo dell’AGCom - è stato finalmente inviato alla Corte Costituzionale perché ne sia valutata la legittimità costituzionale. L’invio degli atti alla Corte Costituzionale da parte del TAR era prevedibile (o quanto meno non poteva essere escluso a priori) alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi tra l’Autorità e suoi antagonisti. Infatti, dopo il fallito tentativo di impedire l’adozione del Regolamento mediante intervento parlamentare, i gruppi di pressione ostili al Regolamento avevano annunciato che avrebbero fatto ricorso al TAR per chiedere l’annullamento della Delibera n. 680/13/CONS (con la quale era stato introdotto il Regolamento) anche alla luce dei presunti vizi di costituzionalità, tra gli altri, dell’iter deliberativo e del contenuto del Regolamento stesso. Così hanno fatto: con due ricorsi “gemelli” (anche se in realtà lo sono per la sola parte di censura di incostituzionalità, mentre per i motivi ancillari e secondari le due impugnazioni non sono esattamente gemelle) ANSO - Associazione Nazionale della Stampa Online, F.E.M.I. Federazione Media Digitali Indipendenti, Open Media Coalition e Altroconsumo, Assoprovider - Associazione Provider Indipendenti-Confcommercio, Movimento Difesa del Cittadino, Assintel – Confcommercio hanno chiesto al TAR di annullare – previa sospensiva – la Delibera sopra menzionata. L’aspetto curioso (ma gli aggettivi potrebbero essere molti di più) della decisione del TAR Lazio è che in entrambi i casi il Collegio ha ritenuto infondate tutte censure di merito di cui ai due ricorsi concludendo però che “quale interprete delle leggi che trovano applicazione ai fini della decisione, prima di pronunciare la reiezione del ricorso deve interrogarsi se le stesse siano compatibili con la nostra Costituzione”. La conclusione del TAR evidenzia quindi la questione principale oggetto di discussione, ossia il bilanciamento tra diversi interessi costituzionalmente garantiti e, in particolare, tra la tutela del diritto d’autore (ossia del diritto di proprietà) ed il diritto alla libera informazione ed espressione (quali diritti fondamentali previsti dalla Costituzione). Infatti, i gruppi di pressione contrari al Regolamento hanno sempre denunciato la possibile compromissione dell’esercizio dei suddetti diritti fondamentali nell’ipotesi di attuazione da parte di AGCom delle misure repressive delle violazioni del diritto d’autore previste dal Regolamento. Più in particolare, secondo i ricorrenti al TAR, la lesione dei suddetti diritti fondamentali avrebbe luogo sia perché le misure repressive dell’AGCom comporterebbero una compressione dei diritti di informazione ed espressione che solo un vero e proprio giudice potrebbe ordinare, sia perché le leggi che hanno dato i poteri all’AGom avrebbero travalicato i criteri di proporzionalità e ragionevolezza che dovrebbero ispirare il legislatore che interviene su aree interferenti con le suddette libertà fondamentali. Lo scenario più frequentemente ipotizzato dai ricorrenti nei numerosissimi attacchi all’AGCom e al Regolamento pubblicati su quotidiani e periodici è infatti quello della potenziale rimozione di contenuti leciti (semplici articoli o commenti critici) eseguita nell’ambito dell’attuazione di un provvedimento dell’AGCom, soggetto privo della copertura costituzionale necessaria per comprimere la libertà di espressione o il diritto all’informazione. E’ probabilmente il rischio (la cui entità è tutta da dimostrarsi nel caso del Regolamento) di questa potenziale limitazione di diritti fondamentali ad aver indotto il TAR Lazio a richiedere alla Corte Costituzionale una pronuncia pregiudiziale circa la possibile “illegittimità costituzionale dell’art. 5, comma 1, e degli artt. 14, comma 3. 15, comma 2, e 16, comma 3, del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, nonché del comma 3 dell’art. 32 bis del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici approvato con decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, come introdotto dall’art. 6 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 44, sulla cui base è stata adottata la impugnata “Delibera n. 680/13/CONS del 12 dicembre 2013” recante il “Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative” e l’ “Allegato A” alla predetta Delibera, per la violazione dei principi di riserva di legge e di tutela giurisdizionale in relazione all’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e di iniziativa economica, sanciti dagli articoli 2, 21, primo e sesto comma, 24 e 41 della Costituzione, nonché per la violazione dei criteri di ragionevolezza e proporzionalità nell’esercizio della discrezionalità legislativa e per la violazione del principio del giudice naturale, in relazione alla mancata previsione di garanzie e di tutele giurisdizionali per l’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero sulla rete almeno equivalenti a quelle sancite per la stampa, con la conseguente violazione degli articoli 21, secondo, terzo e quarto comma, 24 e 25, primo comma, della Costituzione”. A questo punto non resta che attendere la risposta della Corte Costituzionale, che difficilmente porrà fine alla questione: infatti, qualora fosse confermata l’illegittimità costituzionale delle norme sopra evidenziate, nulla impedirà ai titolari dei diritti d’autore e all’industria dell’intrattenimento di cercare nuovamente strumenti di contrasto alle violazioni massive commesse via internet, alternativi e più celeri rispetto all’ordinaria tutela giurisdizionale, civile e penale, oggettivamente inadeguata a dare risposte tempestive al fenomeno della pirateria online, che ha in Italia una roccaforte di irriducibili sostenitori.

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